Publication date: 7 April 2026
Source: Corriere della sera
Il rientro temporaneo dagli Emirati Arabi può trasformarsi in una trappola fiscale: in alcuni casi bastano pochi giorni e determinati legami (come casa, famiglia o lavoro) per riattivare la residenza nei Paesi d'origine, con l'effetto di rendere imponibili redditi che negli Emirati non lo erano e, allo stesso tempo, aumentare il carico fiscale anche su proventi già tassati in altri Paesi, oltre al rischio di contestazioni su periodi d’imposta passati.
È un rischio oggi tutt’altro che teorico, alla luce delle tensioni in Medio Oriente che stanno spingendo molti residenti negli Emirati a lasciare il Paese e rientrare, anche solo temporaneamente, nel Regno Unito o in Italia.
Equilibri e rischi
Negli ultimi anni gli Emirati si sono affermati come destinazione privilegiata per gli High Net Worth Individual (i grandi patrimoni), grazie a un mix di fiscalità favorevole e facilità di trasferimento. Ma proprio la mobilità, quando diventa forzata, può alterare gli equilibri.
«È in questo passaggio, apparentemente temporaneo, che si annida un rischio fiscale rilevante - osserva Donatello Pirlo, managing partner di Statura Group-, quello di riacquisire, talune volte inconsapevolmente, la residenza fiscale nei Paesi di destinazione».
Il punto di partenza è il funzionamento del sistema fiscale negli Emirati, fondato su criteri oggettivi legati soprattutto alla presenza fisica.
«La perdita della residenza fiscale negli Emirati Arabi Uniti può avvenire in modo silenzioso - spiega Pirlo -, senza che il contribuente ne sia pienamente consapevole fino al momento in cui gli è richiesta di dimostrarla». Un meccanismo che diventa critico quando non si raggiungono più le soglie minime di permanenza.
Il Sistema Britannico
Il rischio si amplifica nel caso di rientro nel Regno Unito. Il sistema britannico, basato sullo Statutory Residence Test, combina giorni di presenza e legami con il Paese.
«Anche con pochi giorni, talvolta ne bastano appena 16, si può essere considerati fiscalmente residenti», sottolinea Pirlo, evidenziando come abitazione, famiglia o attività lavorativa possano fare la differenza.
E non basta invocare circostanze eccezionali: «La clausola dell’eccezionalità tende a essere riconosciuta solo in presenza di un’impossibilità oggettiva di lasciare il Regno Unito, non essendo sufficiente un rientro dettato da mere ragioni prudenziali», precisa Pirlo.
Se il quadro britannico è articolato, quello italiano è ancora più rigido.
«L’Italia non prevede nemmeno un sistema di circostanze eccezionali», avverte Antonio Tomassini, partner di DLA Piper.
Il criterio è sostanzialmente quantitativo. «La residenza fiscale si acquisisce laddove si trascorra fisicamente più della metà del periodo d’imposta nel nostro Paese, a prescindere dalla ragione della permanenza», puntualizza Tomassini. Un approccio che rende il rischio quasi automatico per chi prolunga la permanenza.
Le conseguenze possono essere rilevanti.
«L’acquisizione della residenza fiscale comporta la tassazione di tutti i redditi, anche quelli esteri – ricorda Pirlo –, e in alcuni casi la riattivazione di imposte su plusvalenze e dividendi realizzati durante periodi di non residenza».
Società e trust
Ma il problema non riguarda solo il futuro. «Per taluni contribuenti il rischio deve tener conto anche di potenziali contestazioni su periodi d’imposta passati», fa notare Pirlo, con possibili sanzioni e contenziosi.
Non solo persone fisiche: il rientro può incidere anche su società, trust e strutture patrimoniali a esse riconducibili.
«Nel Regno Unito il criterio del “management and control”, per cui la residenza è individuata nel luogo in cui vengono prese le decisioni strategiche, può determinare lo spostamento della residenza di una società», argomenta Pirlo, mentre in Italia si aprono altri fronti.
«Il riferimento è ai fenomeni di esterovestizione, alla disciplina Cfc (Controlled foreign companies, norma che consente di tassare in Italia gli utili di società estere controllate, ndr.) e al rischio di stabile organizzazione occulta», sottolinea Tomassini, mettendo in guardia sui riflessi indiretti della residenza personale.
Da qui la necessità di un approccio proattivo.
«La gestione della residenza fiscale richiede un monitoraggio continuo», dice Pirlo, citando il controllo dei giorni, la valutazione dei legami e la coerenza dei comportamenti.
Nei casi più complessi, conclude, «può essere opportuno valutare soluzioni alternative, come il soggiorno in Paesi terzi o l’attivazione di strumenti di mitigazione quali l’applicazione delle convenzioni contro le doppie imposizioni».